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QUANDO NORA INCONTRA HEDDA
di FRANCO QUADRI
La Repubblica — 18 dicembre 1990 pagina 38 sezione: SPETTACOLI

 

POTREBBERO essersi incontrate andando a fare la spesa la Nora Helmer di Casa di bambola e la superba Hedda Gabler dell' omonima pièce: mettiamo che abitino lo stesso condominio. Anzi nell' ultima creazione di Giancarlo Sepe, questi due prototipi di una condizione femminile liberata (o ansiosa di esserlo), la ex bambola che acquista la coscienza per lasciare il marito e la superdonna che crede di realizzarsi nel suicidio, sono entrambe inquiline della Comunità, ancora una volta ristrutturata: al centro della sala c' è ora una tavola conviviale davanti ai quaranta spettatori; e dietro a loro, su ciascuno dei quattro lati, si delineano e si trasformano grazie a un sistema di pareti scorrevoli le camere, i ripostigli, i corridoi, le scale, dove le vite delle due problematiche signore si fronteggiano, si avviluppano, si sovrappongono. E i due drammi si rimontano in un' inedita somma. Con la coerenza della sua battaglia contro il falso moralismo, Henrik Ibsen ha spesso sollecitato il sogno teatrale di esprimere il mondo di un autore, dilatandolo aldilà di un singolo testo. Il Living Theatre per esempio aveva dedicato un intero atto del Frankenstein, nella prima edizione di Venezia, a quindici brani di altrettanti suoi lavori; Luca Ronconi invece non ha ancora attuato il progetto di fonderne una mezza dozzina in un solo spettacolo. Sepe si ferma a due, ma non si limita a sottolineare la continuità di situazioni omologhe o speculari, o a mostrare le antinomie. Tra la dichiarazione d' intenti iniziale, travestita da discorso del Capocomico alla compagnia (o pirandellianamente ai personaggi), e la chiusa imprestata da G.B. Shaw, s' incastona un rapporto diretto tra le due eroine, che si servono di battute di altri e sono sottoposte a commenti del suddetto direttore con funzione di coro; e le sue didascalie puntigliose possono apparire superflue quando si soffermano sugli stati d' animo e pretendono di rendere esplicito ogni risvolto. Così se attrae il gioco degl' incastri e dei rinvii che legano le parole e reciprocamente le immagini, rasenta l' artificio il tentativo di stringere tra le protagoniste un' amicizia o una complicità attraverso scambi epistolari, incontri, avvertimenti, consigli: ne scapita il loro alone di mistero e il fascino ambiguo dell' inespresso. Ma a impedire ai personaggi di prendere vita contribuisce soprattutto la concitazione imposta a tutta la recitazione, tenuta su un unico tono, con accelerazione frenetica dei tempi, dentro un tunnel di pathos tragico, proprio il contrario della normalizzazione praticata da Ingmar Bergman e ammirata nella sua Casa di bambola vista a Venezia la scorso maggio. E perché rifiutare l' ironia che costituisce un indispensabile suggello a operazioni di questo tipo? Peccato perché l' appassionato e prolungato travaglio che Sepe dedica ai ritorni dalle grandi scene al suo teatrino è evidente nel lavoro sullo spazio e sull' immagine, che prosegue la linea di intervento environmentale e di simultaneità di Buon compleanno Samuel Beckett e del Piacere di D' Annunzio alla Versiliana. Nel rigoroso bianco e nero delle scene di Uberto Bertacca, che dalle pareti contamina le piastrelle a scacchi, e si estende ai costumi, con qualche variante grigia per le camicie femminili, a partire dalla magica silenziosa fase preparatoria, la precisione delle geometrie e l' incalzare dei ritmi contrassegnano un montaggio sempre più serrato che punta sulle corrispondenze visive, il bilanciarsi di campi e controcampi, le affannose rincorse, gli scambi repentini di posizioni: insomma è il coinvolgimento plastico a imporsi, con le suggestioni pittoriche e il risonare delle parole tra le musiche arrangiate da Harmonia Team. Anche per contrasto quindi risalta la forzatura di un' espressività teatralizzata al massimo, a dispetto della prossimità del pubblico. Elena Viani e Mirta Pepe (Hedda e Nora) sono ovviamente le due attrici più impegnate, ma bisogna ricordare l' impulsivo genio maudit incarnato da Leandro Amato, il corifeo (e l' assessore) di Sergio Di Stefano, i due pedanti mariti di Pino Tufillaro e Massimiliano Jacolucci, con Olga Sgambati, Maurizio Mosetti e Stefania Micheli. Un nordico salottino ferroviario si porterà via alla fine le due eroine liberate, tra risa di congedo. Ed è curioso notare come queste storie ibseniane stimolino a cercarne una continuazione. Casa di bambola ebbe addirittura una seconda puntata trionfale negli anni Cinquanta con Nora seconda di Cesare Giulio Viola e Massimo Castri propose una Hedda Gabler che dopo lo sparo conclusivo ricominciava daccapo, privata di una protagonista riconosciuta superflua. E il treno di Sepe dove porterà ora le due amiche, forse a raggiungere qualche infelice collega, come Rebecca West o la Donna del mare?

al Teatro La Comunità di Roma -